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Ancora una
volta Giuseppe Tesi coglie situazioni, storie, emozioni
del giorno d'oggi. Pur in un racconto che a volte può
sembrare sopra le righe, ritaglia temi e sentimenti con
precisione e ritmo. I momenti più difficili da
realizzare teatralmente, a volte grotteschi, a volte
scabrosi, vengono condotti con pulizia e delicatezza,
senza nulla togliere alla forza emotiva della
situazione,
grazie
anche alla bravura di tutti gli interpreti.
Renata Rebeschini , regista del Teatro della Gran
Guardia Padova |
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"In questo
spettacolo devono esserci le ali acquistate a Soho,
Londra". Occorre un testo attuale, moderno, insolito,
l'argomento deve essere contemporaneo e trattato con
sensibilità. Determinante che il lavoro si possa
realizzare con pochi elementi scenici, un bel disegno
luci. Nella preparazione dello spettacolo mi irretiscono
le preposizioni in tedesco sparse qua e là, le
evidenzio, sono per me espressione del cuore pulsante
d'Europa, di una città a suo tempo divisa. Inserisco
riferimenti bellici, alcuni appesi all'albero natalizio,
ma anche l'albero deve avere il suo carattere, pertanto
decido per l'essenzialità: sono sufficienti alcuni
bastoni. Scelgo di utilizzare una palla che mi era
capitata, così per caso, durante le prove, desidero che
tutto avvenga con la leggerezza del gioco. L'attrice
matura deve essere forte, autoritaria, tenace,
lungimirante, piegare ripetutamente il braccio con la
mano a pugno. L'attrice giovane deve mostrare le gambe
ben fatte, i capelli lucidi, la bocca estremamente
rossa, il suo gesto è una leggera rotazione dei fianchi,
deve essere priva di pensiero. II giovane deve essere
pallido, candido, inesistente perciò propongo le ali.
L'uomo maturo deve essere impacciato, glaciale, che
indossi un divisa per generare il conflitto. Suggerisco
un recitazione sopra le righe, in tratti serratissima,
marionettistica, cerco i tempi del sorriso. Voglio tanti
abiti, abiti, abiti appesi, fosse possibile un esercito
d'indumenti, i colori ritornino, giallo, rosso, nero.
Un'ultima cosa la musica, la scelta della musica è ciò
che impiega più tempo, scelgo Wagner, un altro inno
storico, a contrasto una filastrocca moderna
rigorosamente per bambini che in lingua italiana dice
così "uno per tutti, tutti per uno, tutti dobbiamo
andarcene una volta, non c'è da arrabbiarsi, il mondo
non affonda, perciò non ti arrabbiare".
Significativamente la copertina
dello script di Daniele Falleri,
da cui è tratta la rappresentazione
di Giuseppe Tesi, è dominata da un’accetta
grondante sangue. Non si tratta di una promessa-premessa
pulp alla moda, ma di una poco rassicurante metafora
– e non solo – di un testo che non intende fare
sconti emotivi. E’ vero che il testo
viene definito come una “psico-tragedia
familiare a tinte forti e comiche”, ma la
formuletta non deve trarre
in inganno lo spettatore della trasposizione di Tesi. La
materia non è insolita nel
panorama drammaturgico.
Altri autori, specialmente negli anni ’50, hanno
setacciatole infinite possibilità di quel campo di
battaglia che è la famiglia: un autore su tutti,
Tennesse Williams, ha
affascinato un pubblico poco avvezzo a quelle
inquietanti verità così ben sbandierate da
attori-feticcio che in quei testi si sono fatti le ossa
e non solo. Dov’è allora lo specifico del testo di
Falleri e della regia di
Tesi? Le lacerazioni, i conflitti e le frustrazioni
implodono sì nel milieu familiare, ma assurgono a
manifesto della schizofrenia come
destino ineluttabile dell’establishment
piccolo-borghese. La problematicità dei personaggi è
approfondita a un punto tale che la dialettica
creata dagli attori riesce a scavare il rimosso
temuto e imbavagliato. E’ la recitazione che si
appropria delle sfumature
comiche e Tesi ha colto abilmente questa potenzialità
del testo di Falleri
enfatizzandola e valorizzandola. Questo fattore ha un
impatto gradevole dal punto di vista della fruizione
(riesce a stemprare le “tinte forti”), ma anche dal
punto di vista contenutistico dal momento che i motti di
spirito e gli spunti ironici forniscono elementi
descrittivi dei personaggi: ciascun membro della
famiglia ha la propria dimensione
comico-brillante, ciascuno sa fare
autoironia, martoriandosi.
Il personaggio-attore che evidentemente ha più
chance in questo senso è la
madre: il suo look “ingessato” non deve trarre in
inganno perché è lei la più versatile tra i familiari;
l’acume con cui ha intercettato l’identità rimossa del
genero la costringe a un outing incessante
a cui sottopone la
figlia-vittima. La scenografia, i costumi, le scelte
musicali, e persino le luci e i colori incombono
descrivendo e anticipando la
devastazione a cui assisteremo. A sipario calato, lo
spettatore, lungi dall’interrogarsi, avverte una
sfinitezza e l’urgenza di una palingenesi che non
esenta nessuno, nemmeno sé stesso.
Prof. Claudia
Placanica |