Raptus Breve descrizione

Intrigante ed insolito il nuovo spettacolo messo in scena dall'Associazione Culturale Electra. Sono quattro i poliedrici personaggi che affrontano la storia quotidiana della loro famiglia, lasciando piano piano emergere gli aspetti più intimi di ciascuno. Non è facile ammettere che il tessuto delle relazioni si fonda su bugie e falsità che servono a coprire le emozioni poco convenienti e mal confessabili a persone della buona borghesia italiana. Gli abiti, molto eleganti, formano quasi un esercito che tenta di comunicare allo spettatore incuriosito il divenire delle scene. Tesi fa poi indossare al protagonista più giovane un notevole paio di ali bianche. Simbolo o provocazione? I protagonisti si incontrano e si scontrano portando ciascuno le proprie verità e le proprie menzogne. Alla fluidità del giovane alato si contrappone la rigidità e la goffaggine dell'uomo maturo, alla superficialità della giovane donna si oppone la razionalità lucida e severa dell'anziana madre. La recitazione, volutamente "sopra le righe", scopre di poter attingere alla lingua tedesca per tracciare un ipotetico luogo in cui si possa comunicare in due lingue. Due lingue, così come doppi sono i significati, le allusioni, le emozioni che si disvelano lentamente dalla trama. . Anche la musica è insolita: Wagner, un inno storico ed infine una filastrocca per bambini rigorosamente in tedesco.

Prof. Catia Fagioli

Ancora una volta Giuseppe Tesi coglie situazioni, storie, emozioni del giorno d'oggi. Pur in un racconto che a volte può sembrare sopra le righe, ritaglia temi e sentimenti con precisione e ritmo. I momenti più difficili da realizzare teatralmente, a volte grotteschi, a volte scabrosi, vengono condotti con pulizia e delicatezza, senza nulla togliere alla forza emotiva della situazione,   grazie anche alla bravura di tutti gli interpreti.

Renata Rebeschini , regista del Teatro della Gran Guardia Padova

Note di Regia

 "In questo spettacolo devono esserci le ali acquistate a Soho, Londra". Occorre un testo attuale, moderno, insolito, l'argomento deve essere contemporaneo e trattato con sensibilità. Determinante che il lavoro si possa realizzare con pochi elementi scenici, un bel disegno luci. Nella preparazione dello spettacolo mi irretiscono le preposizioni in tedesco sparse qua e là, le evidenzio, sono per me espressione del cuore pulsante d'Europa, di una città a suo tempo divisa. Inserisco riferimenti bellici, alcuni appesi all'albero natalizio, ma anche l'albero deve avere il suo carattere, pertanto decido per l'essenzialità: sono sufficienti alcuni bastoni. Scelgo di utilizzare una palla che mi era capitata, così per caso, durante le prove, desidero che tutto avvenga con la leggerezza del gioco. L'attrice matura deve essere forte, autoritaria, tenace, lungimirante, piegare ripetutamente il braccio con la mano a pugno. L'attrice giovane deve mostrare le gambe ben fatte, i capelli lucidi, la bocca estremamente rossa, il suo gesto è una leggera rotazione dei fianchi, deve essere priva di pensiero. II giovane deve essere pallido, candido, inesistente perciò propongo le ali. L'uomo maturo deve essere impacciato, glaciale, che indossi un divisa per generare il conflitto. Suggerisco un recitazione sopra le righe, in tratti serratissima, marionettistica, cerco i tempi del sorriso. Voglio tanti abiti, abiti, abiti appesi, fosse possibile un esercito d'indumenti, i colori ritornino, giallo, rosso, nero. Un'ultima cosa la musica, la scelta della musica è ciò che impiega più tempo, scelgo Wagner, un altro inno storico, a contrasto una filastrocca moderna rigorosamente per bambini che in lingua italiana dice così "uno per tutti, tutti per uno, tutti dobbiamo andarcene una volta, non c'è da arrabbiarsi, il mondo non affonda, perciò non ti arrabbiare".


Significativamente la copertina dello script di Daniele Falleri, da cui è tratta la rappresentazione di Giuseppe Tesi, è dominata da un’accetta grondante sangue. Non si tratta di una promessa-premessa pulp alla moda, ma di una poco rassicurante metafora  – e non solo – di un testo che non intende fare sconti emotivi. E’ vero che il testo viene definito come una “psico-tragedia familiare a tinte forti e comiche”, ma la formuletta non deve trarre in inganno lo spettatore della trasposizione di Tesi. La materia non è  insolita nel panorama drammaturgico. Altri autori, specialmente negli anni ’50, hanno setacciatole infinite possibilità di quel campo di battaglia che è la famiglia: un autore su tutti, Tennesse Williams, ha affascinato un pubblico poco avvezzo a quelle inquietanti verità così ben sbandierate da attori-feticcio che in quei testi si sono fatti le ossa e non solo. Dov’è allora lo specifico del testo di Falleri e della regia di Tesi? Le lacerazioni, i conflitti e le frustrazioni implodono sì nel milieu familiare, ma assurgono a manifesto della schizofrenia come  destino ineluttabile dell’establishment piccolo-borghese.   La problematicità dei personaggi è approfondita a un punto tale che la dialettica  creata dagli attori riesce a scavare il rimosso temuto e imbavagliato. E’ la recitazione che si appropria delle sfumature comiche e Tesi ha colto abilmente questa potenzialità del testo di Falleri enfatizzandola e valorizzandola. Questo fattore ha un impatto gradevole dal punto di vista della fruizione (riesce a stemprare le “tinte forti”), ma anche dal punto di vista contenutistico dal momento che i motti di spirito e gli spunti ironici forniscono elementi descrittivi dei personaggi: ciascun membro della famiglia ha la propria dimensione comico-brillante, ciascuno sa fare autoironia, martoriandosi. Il personaggio-attore che evidentemente ha più chance in questo senso è la madre: il suo look “ingessato” non deve trarre in inganno perché è lei la più versatile tra i familiari; l’acume con cui ha intercettato l’identità rimossa del genero la costringe a un outing incessante a cui sottopone la figlia-vittima. La scenografia, i costumi, le scelte musicali, e persino le luci e i colori incombono descrivendo e anticipando  la devastazione a cui assisteremo. A sipario calato, lo spettatore, lungi dall’interrogarsi, avverte una sfinitezza  e l’urgenza di una palingenesi che non esenta nessuno, nemmeno sé stesso.

Prof. Claudia Placanica

 

 

 

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